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21 gennaio 2019

Serata presieduta dal Presidente David Gallina

 

Cronaca della serata

Quando nella medesima serata si riescono a riunire due eccellenze, una nel  campo della medicina sportiva, il professor Giuseppe Vercelli, e l’altra nel  campo nel giornalismo sportivo, Paolo Viberti, il risultato, dato che  l’aritmetica non è una opinione (j), non può che essere unico: una serata molto piacevole, interessantissima e ricca di  spunti di discussione. Dopo la conviviale, il Presidente ha pregato Paolo Viberti, giornalista sportivo che alcuni di noi aveva già avuto modo di apprezzare in un suo intervento al convegno “Rotary ed etica” di qualche anno fa, di presentare il professor Vercelli, psicologo, psicoterapeuta dello sport che nella sua carriera ha seguito campioni dello sci come Giorgio Rocca o Cristof Innerhofer, i componenti la nazionale italiana di pallavolo ed oggi i calciatori della Juventus.

Lo sport oggi ha raggiunto livelli tali nel campo della preparazione atletica, dell’alimentazione e dei materiali che la vera differenza, al di là del talento innato nei campioni veri,  la possono fare solo la mente e la motivazione dell’atleta e l’aspetto mentale è fondamentale in un atleta in quanto lo sport è l’unica pratica in cui vige la meritocrazia.

Il professor Vercelli ha negato di essere un motivatore, perché non esiste il motivatore, esiste invece l’automotivazione: la persona non va guidata ma va riconosciuta e a tal fine ha fatto questo esempio:  se alla persona che ritiene di valere 20 viene richiesto di rendere 5, questa si annoia; se a chi ritiene di valere 100 viene chiesta una prestazione da 150, questi si sente stressato; perché una persona sia felice la si deve conoscere e a chi si sa valere 100 si deve chiedere 100.

Le stesse esperienze motivazionali che spesso le aziende propongono ai loro dipendenti non portano mai a risultati ottimali; i soggetti dapprima migliorano sì la propria prestazione ma in breve tempo la stessa ritorna sui livelli precedenti e poi tende ancora a diminuire in quanto queste non sono esperienze motivanti ma solo energizzanti e quindi destinate a dissolversi nel tempo.

Una frase è particolarmente significativa secondo il professore: “Trasformare i limiti in opportunità” : la nostra vita può essere paragonata ad un percorso tra il punto “a” ed il punto “b” e sulla strada tra i due possiamo incontrare degli ostacoli.

Se davanti all’ostacolo ci si ferma, ci si trova in una posizione di fragilità; se invece, all’opposto,  lo si supera, ci si trova in una posizione di resilienza, ovverosia la capacità di superare l’ostacolo, di resistere allo shock e di rimanere come prima.

Questa distinzione è stata superata da Nassim Nicholas Taleb che nei suoi libri, “Antifragilee” e “Il cigno nero” ha teorizzato come il contrario di fragilità non sia resilienza (capacità di ripristino da un errore)  o robustezza (capacità di resistere all’errore) bensì l’antifragilità.

Una cosa resiliente resiste allo shock ma rimane la stessa di prima, l’antifragilità invece resiste ugualmente ma da vita ad una cosa migliore; per tornare all’esempio del percorso, l’antifragile supera l’ostacolo e lo utilizza non solo per arrivare a “b” ma anche per proseguire verso “c”.

La fragilità è come una spada di Damocle: se il filo si spezza la spada uccide; la resilienza ricorda l’araba fenice che dopo l’ostacolo risorge dalle proprie ceneri; l’antifragilità ricorda l’idra, il mostro dalla testa immortale.

Per capire e soprattutto tentare di aumentare l’antifragilità nell’individuo esiste un test che tende ad individuare le cinque principali caratteristiche che devono essere presenti perché una persona possa essere considerata antifragile:

Adattamento pro attivo: mi trovo nel caos e lo accetto.

Evoluzione agonistica: mi trovo nel caos, lo accetto e vivo felice.

Pensiero descrittivo: mi trovo nel caos e riesco a capire che non è ne una festa né un dramma, continuo a vivere sereno sapendo che solo con  il tempo risolverò il dubbio.

Fluidità emotiva: sono dentro l’esperienza e quindi la vivo in un certo modo, riesco però ad uscirne per vederla da altra angolazione e trovare magari rimedi alle cose che non vanno per poi rientrarvi ed applicarli.

Distruttività consapevole: quando mi accorgo che il caos può essere superato solo facendo pulizia di ciò o di chi non va, non devo avere remora alcuna a farlo.

L’antifragilità ha concluso il relatore, ama la causalità e l’incertezza, ci aiuta ad affrontare l’ignoto e a fare certe cose senza capirle e a farle però bene.

Dopo il professor Vercelli, ha preso la parola Paolo Viberti, già giornalista di Tuttosport con un palmares di 30 giri d’Italia, 17 Tour de France, 28 mondiali, 22 Milano San Remo, innumerevoli mondiali ed europei di baske, sci, slittino fondo ed ora apprezzatissimo autore di libri.

Innamorato della bicicletta ha scalato, come d’altra parte anche alcuni dei nostri soci “ciclisti”, tutte le vette di Giro e Tour e proprio su uno dei più grandi, se non sul più grande, dei campioni ci ha intrattenuto: Fausto Coppi.

Lo ha paragonato a Giuseppe Garibaldi perché, come Garibaldi seppe portare al popolino gli ideali e l’afflato del risorgimento, cosa che non riuscì ne alla Giovane Italia di Mazzini ne tantomeno ai Savoia, tanto da far dire al relatore che il vero risorgimento italiano, inteso come unione di tutti gli italiani, si ebbe solo nelle trincee di Caporetto e del Piave dove napoletani, friulani, lombardi e siciliani trovarono un denominatore comune, così Fausto Coppi e con lui Gino Bartali, Alberto Ascari, Tazio Nuvolari, il Grande Torino di Capitan Mazzola, riuscì nell’impresa di riunire gli italiani divisi dalla guerra.

Il ciclismo è di per sé risorgimentale: unisce tutte le classi sociali e  tutti lo possono praticare.

Un aneddoto sul primo giro d’Italia post-bellico, quello del 1946: durante la tappa da Rovigo a Trieste gli attivisti anti italiani favorevoli all’annessione della città alla Jugoslavia bloccarono la carovana del giro. L’organizzazione aveva già deciso di cancellare la tappa ma gli atleti, capeggiati dal triestino Giordano Cottur vollero comunque che la tappa si corresse e raggiunsero Trieste dove furono acclamati e portati in trionfo dagli abitanti.  Il Giro fu poi vinto proprio da Fausto Coppi.

Ma il ciclismo non unì solo l’Italia: Vincenzo Torriani, storico patron della corsa, aveva il desiderio di conquistare il continente con la bicicletta, unire l’Europa con pedivelle e ruote, far diventare la corsa un segno di unione tra gli Stati e nel 1973 fece toccare alla corsa rosa tutti i paesi del primo embrione di quella che diventerà la UE, la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio).
Il giro, che vide Eddy Mercx in rosa dalla prima all’ultima tappa, partì dal Belgio, toccò Germania, Lussemburgo, Francia e Svizzera per poi rientrare in Italia.

Tornando alla grandezza di Coppi, Paolo ha raccontato di una delle più grandi imprese del campionissimo, la vittoria nella tappa Cuneo – Pinerolo del Giro del 1949.

Una tappa di oltre 250 chilometri, con cinque colli, (Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere) per poi picchiare in discesa verso Pinerolo.

Nel momento topico della tappa, Coppi ha un problema alla catena e chiede al suo gregario Carrea di prendere dall’ammiraglia l’oliatore per ingrassarla e farla scorrere meglio.

L’olio però finisce sul cerchione ma Coppi non può più aspettare e contrattacca:  recupera su tutti e inizia una fuga solitaria di 192 chilometri arrivando a Pinerolo con più di undici minuti di vantaggio sul secondo, Gino Bartali.

Così descrive la fuga Pierre Chany, inviato dell’Equipe: “ l’ho visto (Coppi, ndr) venire via dagli altri. Sfangava, quasi sollevando la bicicletta. Lo accompagnai fino a un paesino francese, mi pare Barcelonette. Lo lasciai andare. Entrai in una trattoria. Ordinai un pasto completo dagli 'hors-d’oeuvre al caffè. Mangiai con tempi da buongustaio. Fumai una sigaretta. Chiesi il conto. Pagai. Uscii. Stava passando il sesto". 

Proprio per descrivere questa tappa, il giornalista Marco Ferretti aprì la sua radiocronaca con una frase entrata nella storia del ciclismo: ”Un uomo solo è al commando; la sua maglia è bianco celeste, il suo nome è Fausto Coppi”.

Gli ultimi arrivarono a Pinerolo con il buio e Coppi, quella sera, chiese scusa ai suoi compagni per aver loro fatto fare tanta fatica.

Fausto Coppi è stato per il ciclismo quello che fu Emmanuel Kant per la filosofia, Johan Sebastian Bach per la musica e Michelangelo per la pittura; è stato un rivoluzionario del suo campo, grazie al suo interesse per nuovi metodi di allenamento, per l’alimentazione, per lo sviluppo dei materiali.

Chiese, pochi giorni prima di morire il 2 gennaio 1960, che la Federazione imponesse l’uso del caschetto protettivo, cosa che avvenne solo nel 2006, a oltre quaranta cinque anni di distanza dalla sua proposta.

Proprio come Giuseppe Garibaldi venne ostracizzato dal neonato Regno d’Italia e fini esiliato a Caprera, anche Coppi venne posto al centro delle cronache scandalistiche del tempo per la relazione extraconiugale con  Giulia Occhini, la cosi detta “Dama Bianca” definizione (Dame en blanc) datale dallo stesso Pierre Chany di cui sopra, per il colore del cappotto indossato all’arrivo di una tappa del Giro d’Italia.

Essendo entrambi sposati, il Campionissimo e la Dama Bianca suscitarono all’epoca grande scandalo  e la loro relazione venne fortemente avversata da parte dell’opinione pubblica  e financo Papa Pio XII giunse a condannarla.

Probabilmente Paolo Viberti avrebbe proseguito ancora nel suo affascinante racconto e la platea avrebbe continuato ad ascoltarlo in silenzio e con attenzione ma, complice anche una otite che lo tormentava, ha dovuto chiudere il suo racconto.

Tante le domande rivolte da molti soci ai due relatori sui rispettivi interventi, tant’è che il Presidente ha dovuto interromperle per permettere loro di terminare la serata.

Al termine della lunga chiaccherata, i soci sono stati trattenuti dal Presidente Gallina che ha voluto consegnare al nostro fresco Past President, Aldo Masoero, la Paul Harris Fellow a ringraziamento per quanto da lui fatto per il Club nel suo anno di presidenza.

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La storia di questo detto è semplice: nel novembre 1879 cadde il governo Cairoli II prevalentemente a causa della “tassa sul macinato”, e il re incaricò nuovamente Cairoli di creare un governo Cairoli III. A questo governo non partecipò però più il ministro delle Finanze Bernardino Grimaldi, che aveva fatto i conti e si era reso conto che senza quella tassa lo stato non ce l’avrebbe fatta. Per spiegare la propria mancata adesione, pronunciò la frase «Per me, tutte le opinioni sono rispettabili ma, ministro o deputato, ritengo che l’aritmetica non sia un’opinione.»

Tanta tempo è passato e tanto la politica è cambiata ………

 

Comunicazioni dal club

Il Club ha ricevuto da Beppe Bellino una graditissima lettera di  ringraziamento per la concessione della, peraltro meritatissima, Paul Harris che gli è stata consegnata durante la nostra serata natalizia. “La promozione sul campo per il prestigioso distintivo con le tre stelle onora e gratifica la mia militanza di circa mezzo secolo nel Rotary di Moncalieri al quale sono molto affezionato”. Mi permetto di dire che siamo noi a dover ringraziare te, Beppe, per l’esempio che ci hai sempre dato e che continui a darci, serata dopo serata

 

 


14 gennaio 2019

 

Serata presieduta dal Presidente David Gallina

 

Cronaca della serata          Iniziamo l’anno nuovo con una serata “itinerante”

Ci siamo quindi ritrovati all’Osteria da Papi, nella sempre suggestiva piazza maggiore, come la chiama il mio amico Mangiafuoco, ancora addobbata con le luci natalizie.

L’esiguità del locale ha favorito la vicinanza dei soci presenti e la prima conoscenza del nuovo socio, presentato da Andrea Cavalot, il dottor Alberto Mocellini, medico chirurgo specialista in Medicina del Lavoro, grande appassionato di montagna che si è presentato parlandoci di una branca del proprio lavoro, quella dedicata ai volontari del soccorso alpino e dell’elisoccorso.

Il Presidente Gallina ha poi ricordato l’impegno della prossima settimana, alle Vallere, con il prof. Vercelli, psicologo degli atleti e con il giornalista sportivo Vergnano, invitando i soci ad una massiccia partecipazione anche con ospiti

 

Comunicazioni dal club     Nel tardo pomeriggio si è tenuto il primo consiglio direttivo del nuovo anno.

L’argomento principale è stata l’organizzazione della 23ma edizione del nostro Concorso scolastico, di cui si è definito il titolo “Il rispetto per …..” e il luogo di premiazione, l’area dell’ex Foro Boario che il Comune dovrebbe concederci in utilizzo per il giovedì 16 maggio.

Il Consiglio ha poi ricevuto le dimissione del socio fondatore Adolfo Arduino, motivate dal suo precario stato di salute e, all’unanimità, ha deciso di nominarlo socio onorario.

Come certamente già saprete, nei primi giorni dell’anno, proprio come la sua cara Alberta tanti anni fa, è mancato Giovanni Giuliano.

Un altro amico, un altro pezzo della storia del nostro Club che ci lascia, ma che ricorderemo sempre con tanto affetto.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

14 dicembre 2018

 

Serata presieduta dal Presidente David Gallina

 

Cronaca della serata. Se me lo consentite, inizierei questo ultimo bollettino dell'anno 2018 dedicato alla nostra natalizia, la serata numero 1873, con una considerazione personale che però sono certo possa essere condivisa da tutti i presenti: da anni ormai non si viveva una serata così densa di armonia, di amicizia, di partecipazione e di comunione di intenti.

Sicuramente va dato merito al luogo dell'incontro: le sale d'onore dell'Unione Industriale hanno un fascino che si sposa perfettamente con le signore in lungo, gli uomini in scuro e con l'atmosfera di festa natalizia.

Ma grande merito anche alla massiccia presenza dei soci con le signore e gli ospiti; a quella dei soci onorari che nei momenti importanti della vita del Club non mancano mai ed al ritorno tra le nostre fila di Giorgio Salina Borello che tanto è mancato e ci è mancato.

Senza dimenticare i ragazzi che come tradizione vuole hanno allietato la serata girando tra i tavoli prima per vendere i biglietti della nostra consueta lotteria poi per consegnare i premi ai vincitori.  Dal punto di vista poi strettamente rotariano la serata è stata un momento importantissimo per la vita del nostro Club con due momenti molto significativi: Aristide Artusio, cui vanno i ringraziamenti dell'intero Club per il pensiero a tutti i presenti e per i doni messi a disposizione della lotteria, ha presentato un nuovo socio Patrizio Bauducco, imprenditore in Santena.

L'ingresso di un nuovo socio è momento importante per la vita di qualunque Club, lo è maggiormente per un club come il nostro che sta vivendo un momento di difficoltà, questo nuovo ingresso che a breve sarà accompagnato da altri, ci fa terminare l'anno con una nota positiva e iniziare quello nuovo con la speranza di avere finalmente intrapreso la strada giusta per superare il momento difficile.

L'altro momento significativo e toccante è stata la consegna della PH che presidente e consiglio hanno voluto attribuire a Beppe Bellino a riconoscimento di tanti anni spesi per il Rotary e della sua costante presenza alla vita del Club. 

Più volte in questi miei bollettini ho parlato di quello "zoccolo duro" di soci la cui presenza non è mai  mancata e che hanno permesso che la vita del club continuasse sempre e comunque; ecco Beppe è il simbolo di questa talvolta sparuta pattuglia di coraggiosi per la quale lui, con la sua presenza assidua e costante, anche nei momenti di difficoltà,  è costantemente stato esempio e faro.  Grazie Beppe, da parte di tutti noi per quello che hai dato e darai al tuo Moncalieri.

Non voglio dimenticare poi il discorso del presidente Gallina che dopo aver sottolineato il clima di amicizia e di serenità che permeava la serata, ha brevemente ricordato quanto il club ha fatto nell'anno che va a finire e soprattutto quanto continuerà a fare nell'anno, come cantava Lucio Dalla "che sta arrivando", anno che auguri a tutti voi sereno e felice.

Un ringraziamento ancora a Giuseppe Pasquario che ha voluto anche quest’anno omaggiarci dei suoi libri, a Carlo Ferrucio Tondato per  il calendario da tavolo,  e a tutti i soci che hanno portato un omaggio per la lotteria.

 

Comunicazioni dal club. E’ giunta al segretario la richiesta di ingresso nel Club da parte del dottor Alberto Mocellini, presentato da Andrea Cavalot.  Torinese, medico chirurgo specialista in Medicina del Lavoro, Dirigente medico del servizio Medico Competente dell’A.S.L. TO  5 con la funzione di medico competente aziendale.

 

 


 

3 dicembre 2018

 

Serata presieduta dal Presidente David Gallina

 

Cronaca della serata          Serata tra noi, la nostra numero 1872, la penultima  dell’anno 2018.

Serata dedicata ad una disamina delle novità che interesseranno il club nel prossimo anno,  tra cui la riduzione delle serate obbligatorie a due per ogni mese, affiancate da una serata “libera” che si terrà di volta in volta in locali diversi del nostro territorio.

Un modo per ridurre i costi e comunque, come ha sottolineato Luciano Baietto, di conoscere magari nuove realtà dell’enogastronomia della nostra città e di Torino passando una serata tra amici.

Vi sarà poi nell’anno che sta arrivando, per dirla alla Lucio Dalla, anche l’ingresso di due nuovi soci; avrebbero dovuto essere tre ma il primo, come leggerete nelle note di questa breve relazione, entrerà a far parte della nostra famiglia già nell’ultima serata dell’anno in corso. 

A proposito della serata natalizia, il Presidente invita coloro che non lo avessero già fatto a prenotarsi utilizzando il Club Comunicator o avvertendo Bettina o il segretario; come sapete i posti sono limitati ad una sessantina e siamo già oltre le cinquanta presenze.

 

Comunicazioni dal club. Come anticipatovi, è giunta al segretario la richiesta di ingresso nel Club da parte di Patrizio Bauducco, presentato da Dino Artusio.  Moncalierese di nascita e residenza, ex alunno del Real Collegio Carlo Alberto, perito chimico, è Presidente e Amministratore Delegato della Mastikol S.r.l. con sede in Santena che si occupa di prodotti per l’incollaggio professionale nell’industria.

In assenza di motivate obiezioni, il nuovo socio sarà presentato nella prossima serata del 14 dicembre.


 

21 novembre 2018

Serata in trasferta con il vicepresidente Carlo Ferruccio Tondato

 

Cronaca della serata La nostra serata 1871 è stata dedicata alla visita guidata della Cappella della Sacra Sindone – Cupola del Guarini -  al Duomo di Torino. 

La cappella fu commissionata dal duca  Carlo Emanuele I di Savoia per conservare il prezioso telo della  Sindone, che la famiglia ducale sabauda custodiva da alcuni secoli, in un primo momento a Carlo di Castellamonte e poi al figlio Amedeo e successivamente, dopo trent’anni di interruzione, allo svizzero Bernadino Quadri che progettò un edificio a base quadrata incastonato tra  l’allora Palazzo Ducale (ex palazzo vescovile e poi Palazzo Reale) e l’abside della Cattedrale di San Giovanni Battista, salvo poi modificarlo in uno a pianta rotonda ed elevata al primo piano del palazzo. Alla fine il progetto venne affidato al padre teatino e architetto Guarino Guarini he, quando subentrò nei lavori della Cappella nel 1667, adottò il progetto a pianta rotonda  precedentemente elaborato  dal Quadri e ormai quasi completamente realizzato per il primo livello. Ne modificò alcune strutture per rinforzarne le pareti e rivoluzionò completamente il resto della Cappella, soprattutto la cupola, al fine di alleggerirla e darle lo slancio verso l’alto che desideravano i Savoia, una vera e propria fuga vertiginosa  verso l’infinito, in modo da catturare l’occhio dell’osservatore. Lo stesso Guarini disse che la sua opera avrebbe dovuto “stupire gl’intelletti e rendere gli spettatori atterriti.” Dal 1694 la cappella ospita la Sacra Sindone.

Nella prima metà dell’ottocento la cappella venne decorata con le statue di grandi personaggi di Casa Savoia: i Duchi Amedeo VIII, Emanuele Filiberto di Savoia, Carlo Emanuele II ed il Principe Tommaso di Savoia Carignano, capostipite della linea dei Savoia-Carignano che salirà al trono nel 1831 con Carlo Alberto.

La Cappella venne chiusa al pubblico nel 1990 per un pezzo di cornicione interno che precipitò sul pavimento e nel 1997 a causa di un corto circuito nel cantiere deli restauro, venne pesantemente danneggiata da un incendio nel quale la stessa Sindone rischiò di essere distrutta e venne salvata solo grazie all’intervento dei pompieri che sfondarono la teca di cristallo che conteneva la cassetta con il sacro telo.  Solo dopo una imponente opera di restauro e ricostruzione che l’ha riportata agli antichi splendori, è stata riaperta al pubblico nello scorso mese di settembre.  

Esternamente la cappella si presenta come un edificio a pianta quadrata che compenetra sia il Duomo che Palazzo Reale. Sopra la base si innalza un tamburo in mattoni a pianta poligonale con 6 grandi finestroni ad arco, incorniciati da lesene e protetti da un tetto che si  adagia sugli archi.

Al di sopra vi è una copertura a cappella sorretta da costoloni su cui sono installate numerose urne in pietra. La parte terminale della cupola è costituita da un piccolo tamburo circolare finestrato ed è stata progettata in maniera da risultare più alta, grazie ad un'illusione ottica.

È però internamente che il genio barocco del Guarini da il massimo: ai lati dell’altare maggiore del Duomo si aprono due portali in marmo nero che introducono a due scalinate con bassi gradini semicircolari. Alla fine delle due scalinate si entra in due vestiboli circolari paralleli delimitati da colonne in marmo nero da cui si accede alla cappella, a pianta circolare, dove al centro svetta l'altare barocco ad opera di Andrea Barolo che conservava, in una teca d'argento e vetro, la Sindone. Il pavimento presenta un disegno in marmo nero e bianco che sottolinea l'importanza dell'altare, mentre grosse stelle di bronzo incastonate nel marmo bianco riflettono la luce proveniente dall'alto.  

Dopo l’anima e la mente, anche il corpo ha avuto necessità di essere soddisfatto: ecco allora il trasferimento in Galleria San Federico, al Ristorante Fiorfood by La Credenza, che già in passato ci aveva avuto suoi ospiti.

 


 

12 novembre 2018

Serata presieduta dal Presidente David Gallina

Cronaca della serata Inizio il resoconto della nostra serata 1869, dedicata alla visita alla Witt Italia del nostro socio Dino Artusio, dalla fine,  dalle parole che Adriano Moraglio ha letto dal libro “L’Artigiano della natura” che ha scritto a quattro mani proprio con Dino, raccontando la “storia di un venditore diventato capitano di impresa” che attraverso queste righe tenta di sfatare una idea errata, distorta dell’imprenditore che molti giovani hanno.  

“ Mi sono comperato un’azienda. E’ un impresa che ha vissuto momenti gloriosi: il suo fondatore è stato un pioniere nel campo dei prodotti per la detergenza ecologica, quando l’ecologia non era affatto una moda o una consapevolezza. Ma oggi questa impresa naviga a piccolo cabotaggio e mi sono messo in testa di darle un futuro migliore. Valorizzando ciò che è stata, innestando però nuove idee per rilanciarla. Ho deciso di rischiare tutto”

Quando ho sentito queste parole che si rifanno l’inizio dell’avventura imprenditoriale di Dino, il mio pensiero è andato ad alcuni versi della poesie “Se” di Rudyard  Kipling:

“ …Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite e rischiarle in un colpo solo a testa e croce,… … Tua è la terra e tutto ciò che è in essa, e, quel che più conta, sarai un uomo, figlio mio “

E questo pensiero si è rafforzato durante il racconto che Adriano Moraglio ha fatto della vita di Dino, delle parole di suo padre che lo spingeva a cercare nuove strade e nuovi orizzonti, degli inizi della carriera di agente di commercio per ditte sempre diverse  che operavano in settori diversi, sino al grande saldo, il primo marzo del 2001.

“Lasciavo il certo, una lunga militanza come venditore, per l’incerto: diventare capitano di impresa, come si dice, con tutto quello che significa. Solo gli ultimi incarichi che ho avuto come direttore commerciale sono in qualche modo equiparabili a quelli di un imprenditore, perché hai a che fare con altre persone che rispondono a te di quello che fanno, o non fanno… Avere dei dipendenti….significa avere collaboratori il cui futuro economico dipende anche da te e dal tuo modo di condurre l’azienda. Ce la farò? “

Penso che in questi dubbi, in queste domande ci sia l’essenza, lo spirito di Dino: imprenditore con un occhio attento al business ma con l’altro altrettanto attendo al modo con cui fare business, dalla sostenibilità dei processi produttivi, al benessere di dipendenti e collaboratori; dall’attenzione all’ambiente in cui lui e tutti i collaboratori passano gran parte della giornata alla cura ed al benessere dei figli piccoli di chi con lui opera e lavora.

Il primo carattere lo si comprende quando ci racconta del trasferimento dell’azienda dalla vecchia sede di Santena a quella di Poirino: nessuna interruzione nei processi produttivi e trasloco in una sede senza luce, senza acqua, senza accesso allo stabilimento dalla strada principale ma comunque trasloco, perché nei suoi piani doveva essere fatto entro una certa data ben precisa, facendo come se  nulla fosse; la luce? un generatore di corrente piazzato vicino, nei campi; l’acqua? un rifornimento continuo attraverso cisterne.

Il secondo lo si nota quando ci sentiamo dire dalla sua collaboratrice e socia, la dottoressa Gloria Giussani, che il prato verde che l’immobile ha coperto è stato trasferito sul tetto o quando si visita il micro nido creato all’interno della struttura e che accoglie i bimbi delle dipendenti durante la loro permanenza in stabilimento o ancora quando la dottoressa Giussani ci parla della cura della attenzione che viene rivolta al prodotti : luci colorate, diverse a secondo delle finalità del prodotto, all’interno delle centrifughe e musica ad un numero particolare di hertz per dare energia attiva al prodotto stesso. 

L’ultimo brano del libro che viene letto a conclusione della serata riguarda ancora il trasferimento nella nuova sede: “ Naturalmente organizziamo una bella festa di inaugurazione del nuovo stabilimento. Negli uffici. E’ un sogno che si realizza: ci sono con noi i nostri collaboratori-dipendenti, i fornitori delle materie prime, la già rinnovata rete di venditrici, le autorità cittadine. Vicino a me anche mia madre, Caterina. Ha 81 anni, ma è sempre la mamma che conosco: vivace, attiva, laboriosa. E orgogliosa di suo figlio. “Aristide”, mi dice, prendendomi da parte, “quanto sarebbe bello se qui ci fosse tuo padre…””    e il ricordo di quel momento e del papà scomparso fa emergere un altro aspetto del carattere di Dino; le lacrime che, senza successo, tenta di nascondere dicono di lui più di tante e tante parole e l’applauso che parte spontaneo da tutti i presenti non è solo di ringraziamento per la magnifica serata ma anche, e soprattutto, di apprezzamento per l’Uomo, quello cui fa riferimento la poesia di Kipling.

Grazie Dino per la serata, per la visita, per il dono, per l’ospitalità ma soprattutto per averci permesso di conoscerti meglio.

Ndr: Il ricavato della serata che è stata offerta da Dino, andrà al Reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Regina Margherita di Torino.

 


 

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